11/06/2009

L'Armenia ancora sconta l'aver vissuto sotto il comunismo.

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La difficile rinascita armena frenata dai retaggi comunisti

 

Ashot ha trent’anni. Magro, il viso affilato, uno sguardo vivace.

E una gran voglia di comunica­re ai suoi compagni di avventura emozioni, ricordi, visioni.

Insegna alla Scuola d’arte per bambini, e lì lo incontriamo.

I piccoli sono appena usciti dal laboratorio dove imparano la difficile arte della tessitura, ma ancora se ne avverte la presenza. Alle pareti sono appesi i loro lavori: quei ragazzini hanno talento, molti di loro con un po’ di fortuna e di soldi finiranno a Mosca, all’Accademia.

Ashot è orgoglioso di loro, della scuola e soprattutto della terra in cui vive. Siamo a Sisian, cittadina del Syunik, una delle regioni della Repubblica di Armenia, 200 chilometri a sud della capitale Erevan.

Li vicino passa la strada che porta verso il Nagomo-Karabak, lungo la rotta dei vecchi bisonti della strada che vanno e vengono dalla frontiera meridionale della piccola «isola della montagna», come viene chiamata L’Armenia.

Una frontiera preziosa, il confine con l’Iran, perché l’unica transitabile con camion e auto, grazie a una politica intelligente del governo di Teheran che guarda con favore alle relazioni bilaterali con gli armeni. Da qui si entra nel territorio del Nagomo-Karabak, un complesso di valli e foreste cosi caro agli armeni da averlo eletto a simbolo di un’intera lotta millenaria, quella del loro antico popolo contro gli scomodi e ostili vicini, i turchi.

In realtà quel pezzo di terra che offre solo pascoli e frutteti era fino a pochi anni fa territorio di un’altra terra ex sovietica, l’Azerbaigian.

Nel 1988, alla vigilia del tracollo dell’impero moscovita, Gorbaciov disse: «Signori, liberi tutti», che corrispondeva poi a una sorta di «si salvi chi può». Da queste parti gli azeri, anziché unire la rare forze con i vicini, decisero che la loro fede, musulmana, non prevedeva la tolleranza con gli armeni che in maggioranza, dai tempi dei tempi, abitavano il Nagomo. Nel 1992, un arino dopo la proclamazione della Repubblica di Armenia, la prima a dire addio all’Urss, gli azeri nella loro capitale sul Mar Nero, Baku, fecero una strage di armeni. I confratelli di Erevan, cristiani della Chiesa di Armenia, sotto il segno della Croce e con la benedizione del loro pope, decisero che ne avevano abbastanza di persecuzioni, di genocidi, di deportazioni.

Chiamarono gli azeri con il nome dei nemici di sempre, turchi, e armati di fucili Kalash­nikov arrugginiti e di una straordinaria passione le suonarono di santa ragione agli azeri, occupando il Nagomo-Karabak e prendendosi pure un po’ di terra azera. Ashot dunque. Il pittore, il poeta.

Un uomo dal cuore grande come una casa. Povero, come si può esserlo da queste parti, in un modo che può far male.

Ma generoso al punto da offrire pranzo e cena a cinque persone, da dedicare loro un’intera, indimenticabile giornata. Con l’unico rimborso spese della qui preziosissima benzina.

Visitiamo la chiesa bizantina di Sisian, gioiello fra i tanti, una delle oltre 5.000 disseminate su un territorio poco più grande della Lombardia, e lì un vecchio ci mostra un prezioso breviario del 1600 stampato a Venezia. Usciti dalla chiesa, Ashot ci presenta un suo amico, lui pure uno dei primi 480 volontari che nel ‘92 dopo aver baciato la Croce e promesso al popolo la libertà, decisero di partire per la conquista del Nagomo, verso Shushi e Stepanakert.Montiamo su una jeep russa, lei pure reduce, e Ashot e il suo compagno ci conducono per una impervia strada di montagna.

Un paesaggio lunare, la scenografia ideale per l’atterraggio di un’astronave di umani alla scoperta di nuovi mondi nell’Universo. Arriviamo a oltre tremila metri, il respiro si fa corto, fa freddo. Ci fermiamo. Davanti a noi, sulla larga spianata di quello che milioni d’anni fa era un vulcano, migliaia di pietre nere sputate fuori dal ventre della terra e lasciate lì, al vento, al sole, all’acqua e alla neve. Ashot ci mostra qualcosa di straordinario: molte di quelle pietre portano incisioni fatte ottomila anni fa.

Un mondo magico di uomini, donne, bambini stilizzati, cervi, tartarughe, cammelli, forme strane che fanno venire in mente astronavi, dischi volanti. Suoni, odori, colori di questo incanto che si chiama Ughtasar ti fanno credere che qui atterrarono alieni che si divertirono a mettere nero su bianco la cronaca delle loro scoperte. Gli scienziati studiano e dibattono: luogo sacro di una popolazione primitiva all’origine della nostra storia di uomini, luogo di passaggio di carovane, o cos’altro?

Resta l’impatto emotivo di rara forza di fronte al. dialogo muto che si intesse tra quegli esseri di ottomila anni fa e noi, qui, oggi, con le nostre macchine fotografiche che scattano e la telecamera che cerca di non perdere un’immagine. Fino a quando l’occhio non si posa su altre pietre incise, sempre da mano umana.

Caratteri cirillici, russi, fatti da mano azera durante il conflitto: insulti verso gli armeni, promesse pietrificate di imminenti stragi, il segno più tangibile, qui, a tremila metri, che non sempre il percorso di civiltà dell’Uomo ha fatto passi in avanti.

Parliamo con l’aiuto della nostra interprete, Marina, 28 anni, laureata in informatica, lei pure emozionata perché mai aveva messo piede in questi luoghi.

Se qualche pezzo di pane cade, qualche fettina di salame finisce a terra, non li si raccoglie.

In Armenia è tradizione non fare questo che a noi pare un gesto di civismo: il mondo non è solo degli uomini, ma anche degli animali, che dopo il nostro passaggio potranno banchettare in nostro onore. Il trascorrere del tempo è segnato dalla luce che ora diventa più tenue, dai lunghi coni d’ombra che proiettano le cime dei monti circostanti.

Ashot ha fatto la guerra. Ha visto morire i suoi amici. Giovani di 17 e 20 anni che ora riposano nel piccolo cimitero a fianco della chiesa bizantina di Sisian.

Tra questi volti di ragazzi quello di Bird, l’uccello, così soprannominato dai suoi commilitoni. Un barbone lungo e crespo a incorniciare il volto di un uomo che sembra un guerrigliero di Garibaldi. Nato nel 1954, morto nel 1998, colpito da un cecchino azero durante un pattugliamento. Stepanakert è la capitale della Repubblica indipendente del Nagomo-Karabak.

Nel piccolo corridoio di territorio che collega I’Armenia al Nagomo c’è il posto di confine, con la bandiera armena e quella della nuova Repubblica. I poliziotti controllano sui passaporti il visto, ma si tratta di una finzione, come se qui davvero esistesse una Repubblica indipen­dente. In realtà il Nagomo-Karabak è un ex territorio della Repubblica dell’Azerbaigian, fino al 1992 occupato da una maggioranza schiacciante di armeni, circa il 95 per cento.

Questa anomalia geopolitica era il frutto della sapiente regia del georgiano Stalin, che fin dagli anni Venti capì che l’unico modo di tenere a bada le varie etnie dell’impero nascente era quello di frazionare i popoli. Territorio armeno regalato ai musulmani azeri. Un pasticcio che resse fino al 1992, quando, appunto, gli armeni reagirono al massacro di Baku.

Nessun trattato di pace, nessun tavolo negoziale ha portato a disegnare i nuovi confini. I presidenti armeno e azero si parlano più che altro perché costretti da Clinton e Putin, entrambi interessati a un equilibrio in una zona delicata come questa transcaucasica, da secoli terra di tensioni tra il mondo europeo e quello asiatico. Gli armeni sono europei a un tiro di schioppo dall’Iran, circondati in gran parte del territorio dai loro nemici storici: la Turchia, che non riconosce il genocidio degli armeni compiuto nel 1915, quando milioni di uomini, donne e bambini furono massacrati o deportati dalle città e dai villaggi turchi, moltissimi costretti ad andare raminghi per il mondo.

Figli di una diaspora che conta circa quattro milioni di armeni, la maggior parte dei quali negli Stati Uniti. E perfino loro, nonostante una lobby che poco ha da invidiare per intelligenze e ricchezza a quella ebraica, non sono riusciti a convincere la Casa Bianca e il Senato americano a votare una risoluzione che riconosca finalmente il dato storico ineludibile del genocidio del 1915 da parte dei turchi.

E l’Europa? Qualche passo avanti nei singoli Stati, Italia compresa, dove anche la Lombardia ha firmato un documento in tal senso, ma troppo forti sono gli interessi economici e strategici della Turchia per spingere gli europei a fare la voce grossa con il governo di Ankara Non solo: assistiamo al paradosso di due Paesi, Turchia e Armenia, che chiedono di entrare nell’Unione europea avendo tra loro frontiere chiuse e nessun tipo di relazione diplomatica.

C’è poi il confine nord con la Georgia di Shevardnadze. Un confine di fatto gestito dal­la mafia, che fa pagare il pizzo ad ogni tipo di merce e che controlla il prezioso oleodotto che rifornisce l’Armenia. Georgia dunque a nord, Turchia a ovest con inglobata nella Repubblica di Ankara la montagna sacra per gli armeni, L’Ararat, ulteriore quotidiano affronto per chi da Erevan, la capitale armena, vede la cima del monte da cui Noé lanciò la colomba dopo il diluvio universale.

Un luogo sul quale da tanto tempo nessun armeno può mettere piede. E a est c’è l’Azerbaigian, con un confine caldissimo dove ancor oggi si sentono gli spari dei cecchini o delle guardie armene che cacciano gli azeri che vengono per razziare il bestiame nei pascoli.

L’Italia può fare molto. Il 13 settembre si è insediato – per la prima volta nella storia dell’Ar­menia - un ambasciatore italiano, Paolo Andrea Trabalza. Viene da Bruxelles, è figlio d’arte, suo padre aprì l’ambasciata d’Italia a Pechino. Trova un terreno già arato da un italiano del quale si deve essere fieri, Antonio Montalto. Quarantenne, arrivò in Armenia dopo lo spaventoso terremoto del 7 dicembre 1988, che rase al suolo intere città e villaggi, tra cui Spitak e Gjunuy, nel nord-ovest del Paese. I morti furono migliaia. Arrivò con gli alpini e i volontari italiani, che qui fecero un lavoro straordinario ancor oggi visibile soprattutto a Spitak dove la bandiera italiana e quella armena segnano un’amicizia vera.

Girando questa terra, Hayastan, come si chiama l’Armenia nella lingua del posto, ti accorgi che il comunismo è come la vodka. Ha distrutto nel corso di settant’anni le coscienze degli uomini. Giovani dallo sguardo vuoto, senza speranza, incapaci di arare la terra e seminare, di organizzare il pascolo, di dare una mano alle donne, qui spesso maltrattate e abbandonate.

Giovani che puntano a ricchezze facili con il gioco e l’azzardo di una mafia ancora piccola ma foraggiata da nord. Sono questi ultimi a prendere pian piano le leve del potere, con una classe politica che ha tradito le speranze del ‘91 e quelle della guerra del ‘92, divisa da camarille tribali, in balia del più forte. Girare per i villaggi poveri o per la capitale a volte fa rabbia: perché non si ribellano? Perché gli intellettuali, i laureati che sanno di Internet non si scuotono?

Per questo è importante il ruolo degli italiani, degli imprenditori che qui combattono ogni giorno. Come nel caso del molino di Sevan -splendido lago a un’ora d’auto da Erevan - ricostruito e ora fatto funzionare dalla Grandi Molini, industria veneta presente in molti Paesi dell’Est. Nicola Biasin, giovane direttore esecutivo supportato da un team di tecnici italiani in gamba, vive lì ormai da anni. La Renco di Rinaldo Gasparini, costruttore pesarese di impianti petroliferi, ha ristrutturato l’Hotel Erevan, nel cuore della capitale, con parametri occidentali di alto livello.

Italiani brava gente, dunque.

Che ben si sposano con il cuore degli armeni, così generoso, così disponibile. Come quella vecchia di Goshavank, antico monastero arroccato sul monte dove mille anni fa studiavano le migliori intelligenze.

Dopo averci raccontato con passione la storia di questo luogo sacro, violato nel corso dei secoli dai Tartari prima e dai comunisti poi, che al posto dei manoscritti stiparono animali e vettovaglie, dopo averci detto che da sette mesi non prendeva lo stipendio dallo Stato, è corsa nella sua modesta casa di legno umido e lamiere arrugginite per presentarci la sua fami­glia e regalarci un’altra straordinaria emozione: le posate «belle» tirate fuori per noi, le mele raccolte dal suo albero, pane e formaggio fatti da lei.

Ma soprattutto l’indimenticabile sorriso della nipotina Marian, 9 anni, nei cui occhi è riflesso l’arcobaleno di questa magica terra.

 

Di Andrea Pamparana, di ritorno dall'Armenia.

13:54 Scritto da: antikom in Politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: armenia, comunismo, povertà | OKNOtizie |  Facebook